L’avv. Gianni Di Cagno interviene su La Gazzetta del Mezzogiorno sul tema del blocco dei licenziamenti

by Comunicazione in Rassegna Stampa

L'avv. Giovanni Di Cagno è intervenuto ieri, su La Gazzetta del Mezzogiorno, per la rubrica "La bilancio e il bilancio" sul tema del blocco dei licenziamenti. Di seguito l'articolo

Nella discussione in corso sulla cessazione del blocco dei licenziamenti, il guaio è che hanno tutti ragione: ce l’ha il Ministro Orlando, che non avrebbe voluto una scadenza unica del blocco per evitare una sorta di licenziamenti-day; ce l’ha Confindustria, che teme una ricaduta sulle imprese dei costi sociali della pandemia; e ce l’hanno ovviamente i Sindacati, che chiedono politiche di sostegno adeguate prima dello sblocco dei licenziamenti. La discussione, peraltro, risulta così accesa anche perché costringe tutti a guardare in faccia quella realtà di cui nessuno (a partire dal Governo …) vuole parlare. La crisi economica generata dalla pandemia è già oggi devastante, pur se è stata sinora mitigata dagli aiuti di Stato; ciononostante, la nostra società è indotta (dalla politica ma anche dai media) a parlare solo di apericene, palestre e discoteche, e un’unica domanda sembra salire dal Paese: ma insomma, quando potremo tornare a divertirci «come prima»? Purtroppo, viviamo in un’epoca in cui i leaders politici rifuggono dal guidare la società e preferiscono farsi guidare dai sondaggi (e cioè dalla «pancia» degli elettori); e siccome tutti vorremmo che tutto tornasse «come prima», ecco che nessun leader politico ha il coraggio di dire la verità: e cioè che, per almeno un quinquennio, niente tornerà «come prima». Quel che neppure il mitico Draghi ha il coraggio di dire apertamente, tuttavia, lo ha ben intuito un ristoratore barese intervistato da La Gazzetta qualche giorno fa: «Il dramma vero è che l’idea del pranzo fuori casa va ricostruita. La gente si è disabituata; certo, vuole uscire e tornare alla normalità, ma preferisce andare a spasso»; il che, d’altro canto, è perfettamente comprensibile, visto che per un verso continuano ad aleggiare i timori di contagio, e per altro verso l’incertezza sul futuro induce inevitabilmente a risparmiare sulle spese non indispensabili. Forse, allora, la società non è così immatura come pensano i nostri leaders; forse, la consapevolezza che ci aspettano anni difficili è più diffusa di quanto non si pensi; e forse, dunque, i tempi sarebbero maturi per intraprendere nuove strade, proprio a partire dal problema del lavoro. Da troppi anni, ormai, si parla di «lavoro» e di «mercato del lavoro» come se i due termini fossero sinonimi, nella continua illusione (molto italiana) che regole nuove possano creare nuovi posti di lavoro. E così, da più di vent’anni è tutto un rimestare nelle norme che regolano il mondo del lavoro, aggiustando, rivedendo, modificando, tagliando, ripristinando, etc., senza cavare un ragno dal buco; prova ne siano le norme sui contratti a tempo determinato, che vengono modificate praticamente ogni anno, sempre spacciando le ennesime modifiche per riforme epocali. Del resto, dovevano essere una riforma epocale anche i navigator, che dopo appena due anni già possiamo chiamare naufragator … Ovviamente, non voglio sostenere che il mondo del lavoro non abbia bisogno di regole. Semplicemente, occorre la consapevolezza che le regole rappresentano una cornice necessaria, ma certo non sufficiente a creare posti di lavoro. E allora, per tornare a Orlando, Confindustria e Sindacati, dobbiamo guardare in faccia la realtà: nei prossimi 2 anni, il «mercato» sarà sempre meno in grado di offrire posti di lavoro tradizionali, che del resto già oggi scarseggiano; e il ritorno a politiche keynesiane non basterà, se non ci «inventiamo» nuovo lavoro, nuovi lavori e nuove forme di lavoro, superando consolidati tabù. Così, ad esempio, si potrebbe pensare a lavori di pubblica utilità in cui impegnare coloro che stanno purtroppo per essere licenziati, magari incentivando la formazione di cooperative ad hoc. Certo, i lavori socialmente utili della fine degli anni ’90 non decollarono, perché furono ritenuti in contrasto con le regole europee. Ma oggi, sotto la spinta del Covid, quelle regole si stanno allentando; e dunque quella vecchia idea – magari declinata in senso cooperativistico - potrebbe tornare buona. Fantasie? Ma quanti, fino a poco tempo fa, avrebbero mai pensato che la professione di avvocato potesse essere esercitata in forma cooperativa? Eppure proprio a Bari, quattro anni fa, è nata la prima cooperativa di avvocati d’Italia, di cui mi onoro essere socio fondatore; e il nostro esperimento ha fatto scuola, ha trovato epigoni, e ha creato un nuovo genus di professionisti, «liberi» sì ma anche legati tra loro da vincoli interdisciplinari e solidaristici. Può esserci un futuro nel futuro, insomma, ma a condizione di buttare alle ortiche il più recente, e il più nefasto, dei tabù. Prima che sia troppo tardi, bisogna tornare a coniugare indissolubilmente la nozione di «reddito» con quella di «lavoro». Non di un «reddito di cittadinanza» c’è bisogno, infatti, bensì di «lavori di cittadinanza». Perché il lavoro non serve solo a procurare un reddito, ma anche ad assicurare quel «pieno sviluppo della persona umana» di cui, non a caso, parla l’art.3 della Costituzione della Repubblica.
Blocco licenziamenti_G Di Cagno Gazzetta LaGazzettadelMezzogiorno.it

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“Indagini, persone, infrastrutture le vere disfunzioni sono altrove”. L’intervento dell’avv. Laforgia su la Gazzetta del Mezzogiorno

by Comunicazione in Rassegna Stampa

Il nostro Michele Laforgia su La Gazzetta del Mezzogiorno interviene sul tema della riforma della giustizia, spiegando quali sono, in realtà, le cause della lentezza dei processi. La Gazzetta del Mezzogiorno_23052021 https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/la-bilancia-e-il-bilancio/1302843/riforma-della-giustizia-laforgia-indagini-personale-infrastrutture-le-vere-disfunzioni-sono-altrove.html    

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“Falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico ed autocertificazioni Covid-19”. L’avv. Starita su La Gazzetta del Mezzogiorno

by Comunicazione in Rassegna Stampa

Per la rubrica "La bilancia e il bilancio" su LaGazzettadelMezzogiorno.it, il nostro Stefano Starita (in foto) è intervenuto sul tema della falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, di grande attualità per l'uso delle autocertificazioni Covid-19 che i cittadini sono stati invitati a produrre, ad esempio, per gli spostamenti. Di seguito, l'approfondimento per esteso

L'emergenza sanitaria del Covid ha portato i cittadini a confrontarsi con l'uso delle autocertificazioni per gli spostamenti in Italia. Sebbene al momento l'uso delle autodichiarazioni sia stato dismesso a seguito del passaggio alla zona gialla per il Belpaese, bisogna fare ugualmente chiarezza sulla giurisprudenza in modo tale da rendere il più semplice possibile al cittadino la comprensione dei propri diritti e dei propri doveri. Un esempio? La sentenza di merito (cfr. Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, 12.3.2021) con la quale è stata categoricamente esclusa la configurabilità del reato previsto dall’art. 483 c.p. – che punisce con la reclusione sino a due anni “chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità” – nel caso di false dichiarazioni nelle autocertificazioni da compilare per effettuare spostamenti sul territorio nazionale. La pronuncia rappresenta solo l’ultimo arresto giurisprudenziale di un filone interpretativo che sta progressivamente scardinando la rilevanza penale delle autocertificazioni mendaci e che attende solo il definitivo avvallo della Suprema Corte di Cassazione: sul punto, invero, si erano già espressi tanto lo stesso Tribunale di Milano – che ha avuto modo di dichiarare estranee all’ambito di applicazione dell’art. 483 c.p. quelle dichiarazioni che si risolvono in mere manifestazioni di volontà, intenzioni o propositi (come, ad esempio, quelle concernenti la volontà di raggiungere un determinato luogo) – quanto il Tribunale di Reggio Emilia, che ha finanche dichiarato illegittimi i divieti di spostamento imposti con i DPCM dell’8/9.3.2020 per contrasto con l’art. 13 della Costituzione, che sancisce l’inviolabilità della libertà personale. Nel caso oggetto della recente sentenza del G.I.P. del Tribunale di Milano, l’imputato era chiamato a rispondere del reato di cui all’art. 483 c.p., in relazione all’art. 76 del D.P.R. n. 445/2000, perché, “fermato durante un controllo dei passeggeri in transito nella Stazione di Milano Cadorna effettuato dagli Agenti della POLFER”, avrebbe affermato falsamente nella autocertificazione consegnata alla Polizia “di lavorare presso il (…) di (…) in Milano e di far rientro presso il proprio domicilio, circostanza non rispondente al vero”. In disparte l’“evidente contrasto tra la documentazione prodotta dalla difesa e quella contenuta nel fascicolo del P.M.”, il G.I.P. ha evidenziato “come non sussistano nemmeno astrattamente e nel caso di specie i presupposti costitutivi della fattispecie delittuosa di cui all’art. 483 c.p. contestata”. Deve, infatti, escludersi che il D.P.R. n. 445/2000 “preveda un generale obbligo di veridicità nelle attestazioni che il privato renda al pubblico ufficiale”; quest’ultime integrano il delitto di falso in atto pubblico solo qualora “siano destinate a provare la verità dei fatti cui si riferiscono nonché ad essere trasfuse in un atto pubblico”, di talché, “in tutti i casi quale quello in esame – nel quale l’autodichiarazione in ipotesi infedele è resa dal privato all’atto di un controllo casuale sul rispetto della normativa emergenziale – appare difficile stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge”. A ben vedere, tuttavia, il vero passaggio nodale della sentenza è rinvenibile nella lucida riflessione sul divieto di auto-incriminazione previsto, nel nostro ordinamento, dall’art. 24 della Costituzione. Secondo il G.I.P. di Milano, infatti, tenuto conto che “la violazione delle prescrizioni contenute nel D.P.C.M. dell’8.3.2020 relative al divieto di spostamento (…) era sanzionata penalmente ai sensi dell’art. 650 c.p.” – che punisce l’inosservanza dei provvedimenti legalmente dati dall’Autorità – l’ipotizzato obbligo di verità “sui fatti dell’autodichiarazione sottoscritta” si sarebbe posto “in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo (art. 24 Cost.) e con il principio nemo tenetur se detegere, in quanto il privato, scegliendo legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative, verrebbe comunque assoggettato a sanzione penale per le false dichiarazioni rese”. In altri termini, l’imputato si sarebbe trovato dinanzi alla difficile alternativa di scegliere tra riferire il falso, rischiando di essere incriminato ai sensi degli artt. 483 c.p. e 76 D.P.R. n. 445/2000, o dichiarare il vero, nella consapevolezza di poter rispondere del reato di cui all’art. 650 c.p.; dubbio amletico fortunatamente risparmiato dall’equilibrata giurisprudenza dei Giudici di Milano.  
LaGazzettadelMezzogiorno.it 

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