Michele Laforgia parla di avvocatura in una intervista

by admin in News, Processi

BARI — «Per intraprendere la professione di avvocato ci vuole passione e una vocazione autentica». Michele Laforgia, tra i più illustri penalisti di Bari, offre un’istantanea della categoria, intrisa di realismo. Commenta le oltre 400 cancellazioni dall’albo.
Mala tempora per i legali di Bari. Effetto della crisi?


«No. L’avvocatura ha una sua crisi propria, che ha le sue ragioni e che non si è ancora tutta compiuta. Non sono stupito delle cancellazioni. Sono sorpreso che gli iscritti restino oltre seimila».
Perché?
«L’avvocatura non è più una professione di riferimento».
Non è più ambita e prestigiosa?
«Per la mia generazione iscriversi a Giurisprudenza significava avere successo nella vita. Da molti anni non è così. Adesso i ragazzi dotati, che non hanno uno studio di famiglia, non pensano a fare gli avvocati. L’orizzonte composto da anni di frustrazioni, poche certezze e guadagni incerti scoraggia».
Restano seimila colleghi.
«L’iscrizione all’albo ha funzionato come camera di compensazione, raccogliendo anche tanti che non svolgono la mia professione».
Tanti sono disorientati.
«Il vecchio percorso di cooptazione, con i professionisti che selezionavano i praticanti, non funziona. I bravi non vogliono fare gli avvocati e questo diventa un ulteriore fattore di dequalificazione della categoria».
Che rilievo hanno le difficoltà nell’ottenere il pagamento delle parcelle e gli oneri della Cassa forense?
«I costi di esercizio contano, la pressione fiscale è enorme. Chi produce paga le tasse. Anzi paga troppe tasse, anche per chi non le paga. In più i costi di accesso alla giustizia sono diventati maggiori. Il servizio che noi offriamo vive dentro un “sistema giustizia” che ha problemi di efficienza e affidabilità».
Quando ha iniziato le aspettative erano più rosee?
«Un altro mondo. Chiunque sapeva che se faceva brillantemente l’università, una professione la trovava. Adesso non più. Ora la professione è diventata ostica e deontologicamente più insidiosa».
Dove ha mosso i suoi primi passi?
«A Milano. Mio padre (Pietro Leonida, avvocato dei più deboli, sindaco e senatore di Bari, ndr) era un noto professionista e scelsi di trasferirmi. Il primo giorno mi dissero: “Il nostro è un mestiere podistico”. Parole sante».
Cosa potrebbe fare la politica per rendervi la vita più facile?
«Fare delle scelte che abbiano un senso sul piano del funzionamento della giustizia».
Un consiglio a un giovane studente che sogna di indossare la toga?
«Gli suggerirei di correre, come hanno consigliato a me. Bisogna correre per farcela. E alla fine si percorrerà anche una strada più breve della nostra».

Leggi l’articolo su Il Corriere del Mezzogiorno

 

 

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