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Covid, lo “scudo penale” per i sanitari autorizzati alla somministrazione dei vaccini. Su LaGazzettadelMezzogiorno.it l’analisi dell’avvocato Mauro Petrarulo

by Comunicazione in Articoli, Diritto Penale, Rassegna Stampa

Si inaugura oggi su LaGazzettadelMezzogiorno.it , con il contributo del nostro Mauro Petrarulo, la rubrica di approfondimento giuridico ed economico "La Bilancia e il Bilancio".

L'avvocato Petrarulo, penalista, spiega in cosa consiste lo "scudo penale", previsto dal decreto legge 44 del 1 aprile 2021, per i sanitari autorizzati alla somministrazione dei vaccini anti Covid19.
Qui il link dell'articolo su La Gazzetta del Mezzogiorno https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/la-bilancia-e-il-bilancio/1291418/covid-lo-scudo-penale-per-i-sanitari-autorizzati-alla-somministrazione-dei-vaccini.html   Di seguito, l'articolo per esteso
Per i fatti di cui agli articoli 589 e 590 del codice penale verificatisi a causa della somministrazione di un vaccino per la prevenzione da infezioni da SARS-CoV-2, effettuata nel corso della campagna vaccinale straordinaria (…) la punibilità è esclusa quando l’uso del vaccino è conforme alle indicazioni contenute nel provvedimento di autorizzazione all’immissione in commercio emesso dalle competenti autorità e alle circolari pubblicate sul sito del Ministero della Salute relative alle attività di vaccinazione” Così recita l’art. 3 del decreto legge 44 del 1° aprile 2021: un provvedimento “a tempo” – per offrire protezione fino alla conclusione della campagna vaccinale straordinaria – che esclude conseguenze penali per il personale sanitario, qualora dalla somministrazione dei vaccini dovessero derivare i reati di omicidio colposo o lesioni colpose e sempre che, ovviamente, l’inoculazione sia conforme alle regole cautelari previste per l’attività di vaccinazione. La previsione normativa si inserisce nel recente dibattito, amplificato dalle vicende collegate alla somministrazione del vaccino AstraZeneca, sulla necessità di introdurre uno “scudo penale” per i medici ed il personale sanitario disponibili a supportare il piano vaccinale, occupandosi della inoculazione delle dosi. La preoccupazione di medici e infermieri era esplosa, infatti, nelle ultime settimane con l’indagine avviata dalla Procura della Repubblica di Siracusa, anche nei confronti dei vaccinatori, per la morte di un giovane militare che aveva da poco ricevuto la prima dose del vaccino AstraZeneca e si era tornati a parlare di “scudo penale” – strumento in passato richiesto, ad esempio, dai “nuovi gestori” dell’ILVA per tutelarsi dalle indagini sull’inquinamento degli anni precedenti e, recentemente, dai dirigenti scolastici al momento della riapertura delle scuole – per offrire maggiore tutela a tutti i “somministratori”, limitandone la punibilità. A ben guardare, tuttavia, anche in mancanza di una previsione normativa ad hoc, il rischio di andare incontro a responsabilità penale per i professionisti autorizzati alla somministrazione dei vaccini sarebbe stato, comunque, assai limitato. Difficile ipotizzare, infatti, un rilievo colposo nei confronti del “vaccinatore” per gli eventuali effetti collaterali indesiderati connessi alla somministrazione, effettuata correttamente, di un vaccino autorizzato sia dall’E.M.A. che dall’A.I.F.A. Del resto, si sta discutendo di una semplice iniezione intramuscolare, non di un atto chirurgico complesso, né di un errato approccio diagnostico o di una scelta terapeutica ritardata o errata, che possono determinare una rapida evoluzione della patologia con pregiudizio per la salute del paziente. Senza considerare, più in generale, la difficoltà di ricostruire, “al di là di ogni ragionevole dubbio”, il nesso causale tra la somministrazione del vaccino e gli eventuali effetti indesiderati che dovessero verificarsi. In ogni caso, se la recente disposizione di legge e, comunque, la peculiarità della fattispecie e l’impianto normativo preesistente, dovrebbero scongiurare in concreto un rischio penale per il personale sanitario, soltanto la corretta applicazione dell’articolo 335 del codice di procedura penale potrebbe limitare anche la (semplice) iscrizione del sanitario nel registro degli indagati: l’espressione “atto dovuto” non può e non deve diventare una formula di stile, essendo il Pubblico Ministero obbligato a procedere nei confronti di un determinato soggetto soltanto quando emergano “specifici elementi indizianti”, non meri sospetti. In definitiva, l’introduzione esplicita di una limitazione di punibilità – ferma restando l’oggettiva difficoltà di ipotizzare, anche in mancanza di essa, una responsabilità penale per il sanitario che si occupa di somministrare le dosi di vaccino – potrà garantire sicuramente maggiore tranquillità ad una categoria duramente provata dalla battaglia contro questa terribile pandemia, con inevitabili benefici per l’intera campagna vaccinale, allo stato unico strumento per bloccare definitivamente la diffusione del virus e, con essa, le disastrose conseguenze sanitarie, sociali ed economiche.

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Prescrizione e confisca dei suoli abusivamente lottizzati: i principi delle Sezioni unite vengono immediatamente messi in discussione. L’avv. Dello Russo su “Archiviopenale”

by Comunicazione in Diritto Penale

  Il penalista Alessandro Dello Russo, partner di Polis, su "ArchivioPenale" commenta la pronuncia della terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, riguardo la legittimità in tema di rapporti fra prescrizione del reato e confisca urbanistica. Si torna a ribadire quindi la compatibilità fra l’irrogazione delle misure ablatorie e l’accertamento della intervenuta maturazione del termine di prescrizione del reato in data antecedente all’inizio del dibattimento, facendo così riaffiorare quei nodi interpretativi che sembravano risolti dall’intervento chiarificatore delle Sezioni unite. Di seguito il link all'articolo http://www.archiviopenale.it/prescrizione-e-confisca-dei-suoli-abusivamente-lottizzati-i-principi-delle-sezioni-unite-vengono-immediatamente-messi-in-discussione/articoli/27037

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L’avv. Laforgia solleva questione di costituzionalità dell’art. 576 del Codice di Procedura Penale

by Comunicazione in Diritto Penale

Il 12 novembre scorso, davanti alla Prima Sezione della Corte di Appello di Bari, in un processo per omicidio colposo a carico di tre medici (gli imputati sono stati assolti in primo grado perché il fatto non sussiste e la decisione non è stata impugnata dal PM, quindi, definitivamente innocenti, per la legge penale. Ma la sentenza è stata appellata dalle parti civili, parenti della vittima, che hanno chiesto la condanna dei sanitari al risarcimento dei danni) , l'avvocato Michele Laforgia, founding partner di Polis Avvocati, ha sollevato la questione di costituzionalità dell’art. 576 c.p.p., Su La Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, 18 novembre 2020, l'articolo che racconta la vicenda processuale. Di seguito l'articolo per esteso, e il pdf della pagina.

Avete presente O.J.Simpson? Il campione di football americano che fu processato e assolto per l’omicidio della moglie? Difeso da un collegio stellare di avvocati, coordinato da Robert Kardashian (il padre della più nota Kim) e dal mitico Alan Dershowitz, Simpson uscì indenne dal processo penale ma fu poi condannato, in sede civile, a un risarcimento milionario in favore dei parenti della vittima. Cosa possibile, negli Stati Uniti, perché il giudizio civile non è improntato alla regola della prova della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Basta la maggiore probabilità. Una cosa simile accade in Italia. La legge consente alla parte civile costituita nel processo penale di impugnare la sentenza di proscioglimento e il giudice (penale) di appello può condannare al risarcimento dei danni anche l’imputato già definitivamente assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso. Il giudice penale deve sempre accertare la colpevolezza dell’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio e non secondo i parametri del processo civile, anche per pronunciarsi sui danni. La tenuta di questo sistema è stata posta in seria discussione dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che, di recente (20 ottobre scorso), ha ritenuto l’analogo sistema processuale della Repubblica di San Marino in contrasto con la presunzione di non colpevolezza prevista dall’art. 6, comma II, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. La Corte di Strasburgo ha detto che l’imputato definitivamente prosciolto per prescrizione nel processo penale “è innocente agli occhi della legge” e come tale deve essere considerato, anche in sede civile. Tanto più se le regole di giudizio sono le stesse. La questione è stata sollevata per prima dalla Corte di Appello di Lecce, con un’ordinanza del 6 novembre, rimettendo alla Corte Costituzionale il giudizio sulla legittimità costituzionale dell’art. 578 del codice di procedura penale, che consente al giudice penale di pronunciarsi sulla responsabilità civile dell’imputato in caso di estinzione del reato per prescrizione. I giudici salentini hanno ritenuto che il principio enunciato dalla CEDU, vincolante anche per il legislatore e i giudici nazionali, ai sensi degli artt. 11 e 11 della Costituzione, è incompatibile con l’attuale formulazione della norma. Questione analoga è stata sollevata a Bari, sei giorni dopo, davanti alla Prima Sezione della Corte di Appello, in un processo per omicidio colposo a carico di tre medici. Gli imputati sono stati assolti in primo grado perché il fatto non sussiste e la decisione non è stata impugnata dal PM. Sono quindi definitivamente innocenti, per la legge penale. Ma la sentenza è stata appellata dalle parti civili, parenti della vittima, che hanno chiesto la condanna dei sanitari al risarcimento dei danni. Il processo era stato fissato, per la discussione, lo scorso 12 novembre, in Corte di Appello. In udienza l’Avv. Michele Laforgia (Polis Avvocati) ha sollevato la questione di costituzionalità dell’art. 576 c.p.p., richiamando i precedenti della CEDU e della Corte salentina: se è illegittima la norma che consente la condanna civile in caso di estinzione del reato, lo è a maggior ragione la disposizione che ammette la possibilità di impugnare una assoluzione definitiva nel merito, sia pure per gli interessi civili. L’imputato innocente con sentenza irrevocabile non può essere più ritenuto colpevole, neppure ai soli fini civili. A suffragio del contrasto delle norme processuali vigenti con i principi del diritto europeo è stata richiamata anche la Direttiva n. 2016/UE/343, immediatamente vincolante per gli Stati membri. La Corte (Presidente La Malfa, a latere Caso e De Robertis) ha ritenuto la questione pregiudiziale e rinviato la decisione al 19 febbraio p.v. In quella sede deciderà se rimettere gli atti alla Corte Costituzionale. GdM_18112020_ Laforgia solleva questione di costituzionalità art 576 cpp

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