“La giustizia vera? Quando accusa e difesa possono avere armi pari”. L’intervista a Michele Laforgia su Repubblica Bari

by Comunicazione in Rassegna Stampa

Su Repubblica Bari l’intervista al nostro Michele Laforgia sui temi della Riforma della Giustizia.

Michele Laforgia: “La giustizia vera? Quando accusa e difesa possono avere armi pari”

L’avvocato barese commenta le ipotesi di riforma della ministra Marta Cartabia. E sulle inchieste che stanno scuotendo la magistratura e l’avvocatura in Puglia: “Mancano gli anticorpi nelle categorie”

“È urgente ridurre i tempi delle indagini, potenziare il personale amministrativo e informatizzare il deposito degli atti”. E poi depenalizzare i reati meno gravi e non trascurare l’edilizia giudiziaria, perché “la qualità dei processi dipende anche dagli edifici in cui si celebrano”: l’avvocato barese Michele Laforgia, presidente de La giusta causa, commenta a trecentosessanta gradi le ipotesi di Riforma della Giustizia della ministra Marta Cartabia.

La giustizia ha innegabilmente bisogno di riforme. Partiamo dai tempi del processo: le ipotesi di modifica del sistema della prescrizione possono servire a ridurli?

“La prescrizione non interviene sulle cause, ma solo sull’effetto: per ragioni ovvie, dopo un certo numero di anni perseguire i reati non ha più senso. Incentrare la riforma solo sulla prescrizione sarebbe un errore, che la ministra Cartabia non commetterà. Oggi la maggioranza dei reati si prescrive prima dell’esercizio dell’azione penale, mentre non tutti sanno che i rinvii chiesti dalla difesa sospendono la prescrizione. Bisogna ridurre i tempi, intervenendo sulla durata, spesso irragionevole, delle indagini, potenziando il personale amministrativo, digitalizzando i fascicoli e informatizzando il deposito degli atti, non le udienze”.

Le ipotizzate modifiche relative ai processi d’appello, invece, che impatto avrebbero sul diritto di difesa?

“Come per la prescrizione, ancora non si sa bene di quali modifiche si tratti. Occorre però chiarire un principio che pare ignoto anche ad autorevoli commentatori: accusa e difesa devono avere armi pari, ma per una condanna ci vuole certezza, per l’assoluzione basta un dubbio ragionevole. Limitare le impugnazioni del Pubblico Ministero risponde a questo principio fondamentale del giusto processo: se un giudice ha già smentito l’impostazione dell’accusa e non ci sono nuove prove è difficile negare che la prima decisione sia talmente irragionevole da non lasciare almeno un dubbio. Il doppio grado del giudizio di merito, invece, è e deve restare una garanzia per l’imputato”.

Per quanto riguarda il processo civile arbitrato, mediazione, negoziazione assistita sono gli strumenti messi in campo per chiudere le controversie senza arrivare davanti al giudice. In Italia c’è un ricorso eccessivo alle cause civili?

“In Italia si dice da sempre che ci sono troppi avvocati e troppe cause. A me pare inevitabile, visto che la nostra vita è sempre più regolata dalla legge e che questioni nuove richiedono regole nuove, dall’inseminazione artificiale all’eutanasia. Il diritto è sempre meglio della legge del più forte o del più ricco, che le regole se le fanno da soli. Ma naturalmente occorre garantire una tutela effettiva, con strumenti efficaci di risoluzione delle controversie. Non ho nulla contro arbitrati e mediazione, ma resto del parere che la giustizia sia un servizio essenziale, che deve garantire lo Stato”.

La pandemia ha esacerbato limiti e evidenziato problemi dell’attuale sistema di gestione della giustizia. Cosa ci ha insegnato questo anno e cosa ci suggerisce di modificare?

“L’emergenza sanitaria ha dimostrato la fragilità e l’inidoneità dei luoghi in cui si amministra la giustizia, a Bari drammaticamente. La qualità e la durata dei processi dipende anche dagli edifici in cui si celebrano: dovremmo aver imparato almeno questo. Non è questione di “edilizia giudiziaria”, ma di civiltà, di valore simbolico e di tutela della dignità e della salute di chi nei Tribunali lavora, tutti i giorni. Oltre che degli utenti”.

Il consigliere del Csm Giovanni Zaccaro ha ribadito come a ingolfare i Tribunali sia anche l’eccesso di reati da perseguire e riproposto la depenalizzazione di fattispecie meno gravi. Lei è d’accordo?

“Come non essere d’accordo? Peccato però che anche questo sia un leit motiv che si ripropone stancamente dal mio primo anno di giurisprudenza, oltre quarant’anni fa. E nel frattempo le fattispecie di reato sono aumentate, non diminuite. Qualcosa vorrà dire”.

Le riforme degli anni scorsi non hanno mai affrontato il problema della produttività dei magistrati, un tema molto sentito invece dalla classe forense che ha più volte suggerito di inserire criteri oggettivi per valutarla. Tra le ipotesi di riforma al vaglio è stata inoltre riproposta la separazione delle carriere di giudici e pm.

“A mio modesto parere il primo, essenziale, urgente problema da affrontare è quello del degrado della cultura, non solo giuridica, di magistrati e avvocati. Vale anche per la produttività, rallentata dalla tendenza a scrivere provvedimenti fluviali, abusando del taglia e incolla. Bisogna intervenire sulla formazione, a partire dall’Università e dalle Scuole di specializzazione: ci vuole un percorso comune. Affidare la selezione degli avvocati al mercato e la carriera dei giudici al superamento del concorso e alla progressione per anzianità è l’origine del male”.

Magistrati e politica è un’altra delle questioni che la riforma si propone di affrontare e un tema che tocca la Puglia da vicino. Cosa andrebbe modificato?

“Mi pare un problema più della politica che della giustizia. Se la maggioranza delle persone non ha più fiducia nella magistratura è per i casi di corruzione e la palude del sistema correntizio, che con la politica in senso proprio ha poco o nulla a che fare”.

In Puglia, negli ultimi due anni, inchieste giudiziarie hanno portato alla luce casi di presunta corruzione di magistrati e anche di avvocati. Le categorie hanno gli anticorpi per tutelarsi?

“Evidentemente no, non abbastanza. Chiunque afferma il contrario rifiuta la realtà”.

 

 

https://bari.repubblica.it/cronaca/2021/05/20/news/intervista_michele_laforgia-301888483/

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